afasici papuasia | Manchester's finest

Manchester's finest

» modern days | 4 May 2015, 14:11 | ::

Il 21 aprile scorso l’FC United ha vinto il campionato e conquistato la promozione diretta in Conference North, dopo quattro tentativi consecutivi a vuoto nei play-off, tre finali perse e sette anni passati nella settima divisione inglese. Tra qualche giorno verrà inaugurato il nuovo stadio e inizierà una nuova fase della vita del club. Un resoconto di questi anni e qualche osservazione sul significato di questa piccola impresa collettiva e sulla città di Manchester.
A cominciare dalla primissima volta in cui andai a vedere una partita.

Non sapevo bene che cosa aspettarmi quel giorno. Avevo visto un volantino in una bacheca da qualche parte e ad attirarmi era stato il font, abbastanza inconsueto per quella che sembrava una scuola calcio o una squadra dilettantistica. La prima cosa che trovai in rete fu la collezione di striscioni e quella mi bastò a decidere di investire £4.50 in un biglietto dell’autobus fino a Bury un sabato pomeriggio di una primavera insolitamente bella.

Manchester, England

Manchester, England
Era la primavera del 2012, vivevo a Manchester da sei mesi e quello che più mi aveva colpito della città era la totale assenza di qualsiasi manifestazione di una cultura dai contorni anche vagamente antagonistici. Non solo nulla di assimilabile a un centro sociale, a una casa occupata, a uno squat, ma neanche una sede politica di un gruppo non mainstream o una libreria radicale, un graffito su un muro, un volantino, una scritta contro il governo. Niente. Anzi, a pensarci bene, non avevo visto nessuna scritta tout court, nessun manifesto di nessun genere sui muri, niente di niente. La sensazione che mi dava la città era di calma piatta. Una inquietante pace non semplicemente sociale, ma anche cerebrale, fatta di stunning apartments e shopping H24. Era un panorama quasi lunare, straniante per uno che aveva passato la vita tra Napoli e Roma con la ridondanza di simboli, l’inquinamento visivo e il sovraccarico cognitivo di posti del genere.

Ero arrivato nel settembre 2011 con in mente la città fredda e piovosa che era stata il centro di un fermento culturale e ideale che non aveva pari nel Regno Unito e che ne aveva varcato ampiamente i confini. Aveva regalato al mondo un intero genere musicale intimamente mancuniano, che sembrava fare il paio con le architetture malinconiche della città, e aveva conquistato il mondo negli anni ’80 e ’90. La band di punta, per dire, erano i Joy Division, ma c’erano stati anche gli Stone Roses, gli Smiths, i Buzzcocks, gli Happy Mondays. Anche i rave party, la risposta lisergica alla deindustrializzazione forzata del nord dell’Inghilterra, erano iniziati da queste parti. Erano i giorni delle 24Hour party people, della Factory Records di Tony Wilson, dell’Hacienda, dell’enclave di Hulme: un intero quartiere di case popolari in cui il comune aveva deciso di spostare solo residenti giovani e senza figli, una miscela esplosiva da cui – facendosi strada tra tonnellate di ecstasy – nacque la scena musicale più feconda e esplosiva d’Europa. Quando Manchester, l’ex città industriale economicamente in ginocchio, divenne MADchester, la capitale britannica della musica e del clubbing.

Soprattutto mi affascinava la storia di ribellione e antagonismo che Manchester incarnava. Il movimento sindacale e quello cooperativo sono praticamente nati qui. Il movimento per il suffragio universale alla base della democrazia britannica moderna partì da qui. Il primo sciopero generale della storia della Gran Bretagna fu dichiarato qui. Frederich Engels visse qui per anni, durante i quali scrisse il pamphlet sulla condizione della working class inglese e il Manifesto del partito comunista insieme a Marx. Le grandi battaglie contro la Thatcher ebbero il loro epicentro nel nord dell’Inghilterra, e ancora oggi, a Manchester, il partito conservatore elegge giusto un paio di consiglieri comunali. Pensavo di trovarmi in una sorta di trincea del pensiero radicale e antagonista, ma presto avrei scoperto che praticamente nulla di tutto ciò che sapevo su Manchester era sopravvissuto fino al mio arrivo. La mia immagine idealizzata della città era clamorosamente datata.

Da metà anni novanta la città non produce più nulla di culturalmente rilevante e nulla di quello che l’ha fatta grande esiste più. Morto di repressione o cause naturali il fermento culturale, la scena, è finita. Non lo sapevo ancora, ma quella che attraversavo seduto al piano superiore del double decker era la prima città “rigenerata” della Gran Bretagna. Ovvero la prima città (fuori da Londra, ca va sans dire) in cui, dopo il declino industriale orchestrato e gestito dalla Thatcher e dal Fondo Monetario Internazionale, era avvenuta quella mitica rinascita economica foraggiata da finanza e speculazione edilizia che è ancora oggi il fiore all’occhiello del New Labour di Tony Blair. La resurrezione economica degli anni ’90-2000 ha cambiato il volto della città, e a quanto pare anche l’antropologia dei suoi cittadini. Dopo sei mesi a Manchester avevo iniziato a dare un senso a termini come “capitalismo postmoderno” e “economia dell’immaginario”. La città post-tutto – postmoderna, postindustriale, postideologica – è essenzialmente un luogo in cui ogni manifestazione dell’esistenza è sostituita da una sua rappresentazione a fini commerciali. Per Manchester questo ha significato impegnare il vasto patrimonio storico e culturale al servizio principalmente della speculazione edilizia, che è il settore traino della “nuova” economia, ma anche per spingere la nuova immagine di una città “creativa”, “giovane”, “vibrant”, nonostante di creativo e vibrant non sia rimasto niente. Hacienda apartments E quindi il luogo in cui sorgeva il club simbolo degli anni della MADchester, l’Hacienda di proprietà di Bernard Summer, Peter Hook e Stephen Morris dei New Order, tanto per fare un esempio, ora è occupato da un edificio di appartamenti chiamato Hacienda Apartments, dove giovani yuppie possono andare a vivere credendo di respirare l’atmosfera controculturale che hanno contribuito a distruggere. Gli esempi di questo fenomeno sono infiniti: Manchester è piena di posti come l’ex Hacienda. Tre torri di edilizia popolare degli anni ’60 che davano un tetto dignitoso a chi ne aveva bisogno, il comune le ha svuotate e regalate ai developer alla moda (il fatto che qui un palazzinaro possa diventare un’icona pop la dice lunga sui valori dominanti), che le ristrutturano e vendono gli appartamenti ai nuovi young professionals, intitolando beffardamente gli edifici alle suffragette mancuniane. Una di esse, Sylvia Pankhurst, fondatrice del Partito Comunista di Gran Bretagna, deve aver fatto notevoli giravolte nella tomba.
Attingere a piene mani dall’immaginario legato alla ribellione per spingere la speculazione è la più debordiana delle vendette. C’è perfino un museo che contiene le testimonianze delle grandi battaglie ideali del passato: si possono andare a vedere i manifesti delle campagne elettorali e quelli dei grandi scontri sindacali, ma oggi a votare davvero ci va il 25% scarso e i sindacati praticamente non esistono più.

Una passeggiata nel centro di Manchester, poi, è un giro della morte nel McMondo che verrà, tra catene di ristoranti simil-italiani, tutti i fast-food possibili, tutta la sconfinata gamma di chain-store di pezze made in Bangladesh e Cambogia: un non-luogo terrificante completamente votato al consumo, che ricorda molto più da vicino un centro commerciale che un centro storico. I nuovi edifici che progressivamente sostituiscono le architetture vittoriane sono casermoni di vetro e cemento sullo stile della City di Londra che rendono i nuovi quartieri totalmente asettici, luoghi in cui anche il suolo, le strade stesse, sono proprietà privata del costruttore che ne consente l’attraversamento unicamente per fare acquisti o andare a lavorare. Nessun’altra attività è permessa e il controllo è affidato, oltre che alle migliaia di telecamere, alle onnipresenti guardie private in pettorina gialla. Il risultato è una distopia a metà tra Kingdom Come di Ballard e 1984 di Orwell: controllo totale e assuefazione al consumo come unico stile di vita. In questi luoghi totalmente spersonalizzati, dove trovare una bottega o un esercizio commerciale qualsiasi che non sia parte di una catena in franchising è impresa pressoché impossibile, si cammina spesso sotto enormi cartelloni che esortano a EAT.SHOP.ENJOY, oppure DRINK.EAT.LIVE. Sempre tre parole, sempre in maiuscolo, che a me ovviamente non ricordano che il produci consuma crepa di ferrettiana memoria, con un sinistro sapore orwelliano accentuato dagli onnipresenti inviti alla delazione contro i partecipanti ai riot del 2011, di cui erano tappezzati i mezzi pubblici. Shop a Looter
Di indipendente, nel centro di Manchester, è rimasto un unico cinema e nessuna libreria, nessun ristorante, nessun caffè. Mi chiedevo se questo posto non fosse la manifestazione del futuro che attende anche le nostre città, dopo la crisi e la ristrutturazione che seguirà e la scomparsa degli esercizi che non saranno economicamente sostenibili. Spariranno i mercati rionali? Verrà un momento in cui la puteca a Napoli sarà un ricordo del passato e andremo tutti, sempre, al centro commerciale, dove magari potremo ammirare le foto del vecchio mercato che sorgeva qualche anno prima al suo posto? E’ inevitabile che succeda? E quanto è vicino questo momento? Dopotutto Manchester è considerata una città di grande successo, che ha saputo attrarre “i grandi investitori nazionali e internazionali”, ciò a cui tutte le grandi città dovrebbero ambire.

In questa città ogni fenomeno culturale spontaneo è stato neutralizzato o ridotto a rappresentazione commerciale. Può capitare di imbattersi in gente che balla sotto i ponti della ferrovia, sembra un rave, ma ecco spuntare la security in pettorina gialla e il biglietto costa £40. Sembra un rave, ma è una rappresentazione commerciale di un rave. Un parco a tema. E’ la definizione migliore di capitalismo avanzato: un luogo in cui un numero più alto di aspetti dell’esistenza umana sono oggetto di scambio sul mercato. In Gran Bretagna è stato messo sul mercato tutto il privatizzabile (per ora resiste l’NHS, la sanità, ma è chiaro che non durerà)

Mi chiedevo anche come fosse stato possibile che la città si riducesse in quel modo e se qualcuno avesse mai provato a opporsi. In pochissimo tempo mi capitò di assistere alla risposta. Alcuni studenti provarono a occupare un locale in zona universitaria che era stato un pittoresco bar luogo di ritrovo di varia umanità, destinato a diventare il centotrentesimo supermercato TESCO della città. L’occupazione durò mezza giornata, nell’indifferenza generale dei passanti e nel vuoto pneumatico di una comunità studentesca completamente inerte, e si risolse con l’arresto di tutti gli occupanti.

il FOOTBALL

Il calcio in Gran Bretagna ha avuto una parabola simile. Quella corposa e multiforme mole di abitudini, consuetudini, pratiche, l’intero universo culturale emerso intorno al gioco del calcio a partire dalle comunità operaie che l’hanno inventato, sedimentato nel corso di un secolo e mezzo, è stato sistematicamente smantellato per essere sostituito da una sola dimensione: una relazione commerciale tra uno che vende uno spettacolo e della gente che se lo compra.
I risultati sono quelli patetici che io stesso avevo constatato qualche mese prima. Ero stato in uno stadio inglese una sola volta, per vedere il Napoli ovviamente, pochi mesi prima in Champions contro il Manchester City. Il bellissimo Etihad Stadium, costruito per i Commonwealth Games del 2002, è uno dei tipici nuovi stadi inglesi tanto magnificati dagli “innovatori” delle nostre parti. Relativamente piccolo, senza barriere fra pubblico e terreno di gioco, con vari “servizi” annessi (vale a dire un centro commerciale a tema sportivo, un paio di ristoranti di lusso in cui ingozzarsi a caro prezzo mentre si guarda la partita separati dal resto del pubblico) e politiche di ticketing molto restrittive: posti pre-assegnati, carissimi, tutti a sedere, e generalmente esauriti dagli abbonati. Non si può andare allo stadio con gli amici, a meno di non avere i posti vicino, non si può stare in piedi, e bisogna stare attenti a non fare troppo rumore.

Ebbene quel giorno era come se nello stadio ci fossimo solo noi. Era la prima partita in Champions dopo 25 anni sia per il Napoli che per il City, la differenza era che dentro l’Etihad c’erano duemila tifosi di una squadra di calcio e trentottomila spettatori di una partita di pallone. Spettatori indistinguibili da quelli di un concerto di musica ecclesiastica. Manchester mi aveva offerto un’altra finestra sul mondo che verrà: di cosa si parla quando si parla di calcio moderno? Della fine del tifo e la sua sostituzione con una rappresentazione sbiadita a fini commerciali. Tra il tifo per una squadra di calcio e il tifo come lo intendono questi c’è la stessa differenza che passa tra un bar del centro storico di Napoli e Starbucks. Il secondo imita il primo e riesce, al massimo, a produrne una replica grottesca a prezzi doppi o tripli in un ambiente asettico e standardizzato dove il caffè fa pure cacare.

L’Old Trafford non è molto diverso dall’Etihad. Il Manchester United, la squadra di maggior successo della Premier League, è stata anche la prima a diventare un brand intercontinentale, ad attrarre turisti e a trasformare il calcio da fenomeno autenticamente popolare – un’altra delle istituzioni che la classe operaia inglese aveva regalato al mondo, influente come i sindacati e le cooperative – in un passatempo per ricchi. Un documentario uscito di recente, intitolato Where’s our famous atmosphere narra, attraverso le parole dei tifosi, l’effetto che le norme sugli stadi all seater e il prezzo dei biglietti ha avuto sul tifo dello United. L’effetto numero uno è stata proprio la scomparsa dell’“atmosfera”.
L’aumento vertiginoso dei prezzi nel calcio inglese ha prodotto l’equivalente sportivo della gentrification, che è uno dei fenomeni più evidenti del panorama urbano britannico di questi ultimi vent’anni. La working class inglese è stata progressivamente espulsa dai propri quartieri storici a forza di Compulsory Purchase Order e regeneration, dalla vita politica, con la demolizione sistematica dei sindacati e il cambio di pelle del partito che storicamente la rappresentava, il Labour, e adesso deve sloggiare anche dagli stadi – divenuti inusitatamente cari e inospitali per chi abbia voglia di fare quello che allo stadio si è sempre fatto: cantare, tifare.

Uno dei passaggi nella transizione fenomeno sociale -> distruzione -> riproduzione commerciale sta capitando proprio in questo periodo. Il pattern è lo stesso dei rave: dopo aver distrutto il tifo calcistico stanno cercando di riprodurlo in versione edulcorata: le società concederanno ai tifosi delle “singing sections”, porzioni dello stadio alle quali dovranno abbonarsi coloro che desiderano cantare e dove potrebbe addirittura essere permesso stare in piedi. All’Old Trafford, invece, hanno varcato a grandi falcate la soglia del grottesco e hanno ingaggiato tecnici del suono che si occuperanno di amplificare al massimo gli sparuti cori che ancora qualcuno si ostina a intonare. Quasi nessuno lo fa più, ma in televisione sembrerà che canti tutto lo stadio.

Fc United

In quel contesto di piattume e banalità in cui la città e con essa le sue squadre di calcio sembravano sprofondate, quella trentina di striscioni dell’FC United sul sito sembravano venire da un altro mondo. Parlavano, con quel misto di ingenuità e boria tipiche della produzione letteraria dei tifosi di calcio, di qualcosa che aveva a che fare con ideali, princìpi, resistenza. Cose di cui non avevo trovato traccia per le strade.

Eccomi quindi sul 135 per Bury.

Lungo i dodici chilometri che separano Gigg Lane dal centro di Manchester il bus si popola di personaggi di una varietà che non avevo sospettato in sei mesi di permanenza. E’ coperto tutto lo spettro che va dal signore in impermeabile e occhiali che legge il Guardian, al punk rocker coi tatuaggi che spuntano dalla maglietta, occasionalmente accompagnato da un bambino minuscolo in braccio. Tutti accomunati da una sciarpetta o un cappellino bianchi e rossi. Inizio a pensare di stare finalmente andando nel posto gusto. Quando arrivo, con un’oretta di anticipo sul fischio d’inizio, quella che mi si presenta è una scena a metà tra una Glastombury in sedicesimo e una sagra di paese. Nel piazzale dello stadio ci sono il camion delle salsicce, una band che suona il rockerroll, un mare di bambini che giocano a pallone in una serie di mini-campetti sintetici montati l’uno di seguito all’altro, venditori di matchday programme e fanzine assortite, il banchetto delle membership e lo “store ufficiale”: un container stracolmo di sciarpe, magliette e gadget. Tra l’umanità che vi si aggira sono sovrarappresentati dreadlocks, spillette e tatuaggi. Scopro di essere capitato nel giorno dello “Youth United Day”, i ragazzi sotto i sedici anni entrano gratis e un numero impressionante di ragazzini sciama per il piazzale. Gli ingressi dello stadio non hanno una chiara indicazione dei settori, come si conviene in un posto dedicato a una platea di iniziati, non occasionali. Non so come siamo messi in classifica, né quanto sia importante la partita. Decido di andare in curva e di starmene un po’ defilato per vedere come vanno le cose. Solo due settori dello stadio sono aperti, il terrace dietro una delle porte e il main stand. Il resto dello stadio è ricoperto di striscioni, molti di quelli che avevo visto sul sito. Lo stadio è un all-seater, ma qui stanno tutti in piedi, anche buona parte del Main Stand, accalcati l’uno all’altro. Si inizia a cantare prima del fischio di inizio e a me, abituato allo stile militarizzato delle curve italiane con i lanciacori che guidano il tifo, colpisce subito molto lo stile anarchico di questo strano tifo inglese. A un certo punto qualcuno sbraita qualcosa, se gli altri lo seguono, in base a un imperscrutabile wisdom of the crowd, il coro parte, altrimenti ci si fa una risata. Ciononostante mi pare che i cori vengano più spesso da un gruppetto di personaggi assiepati sotto a uno striscione che dice semplicemente DROYLSDEN, che poi sarebbe uno dei mille sobborghi di Manchester dai nomi impronunciabili. Il tifo è incessante, saranno 90 minuti senza sosta come non me ne ricordavo neanche a Napoli. Ovviamente delle canzoni non capisco molto, cerco di seguire il labiale del mio vicino ma l’accento mancuniano mi è ancora ostile. L’impressione, però, è quella di essere in un vero stadio, con una vera tifoseria, per quanto piccola, e l’atmosfera non ha niente a che vedere con quello che avevo visto a Eastlands e all’Old Trafford. E non avevo ancora visto niente. A un certo punto succede l’impensabile. Parte l’ennesimo coro, ma di questo riconosco immediatamente l’aria. Le parole sono ovviamente diverse, ma non ho nessun dubbio: questa gente sta cantando Anarchy in the UK dei Sex Pistols. Ora, cantare anarchy in the uk in uno stadio in versione coro calcistico è probabilmente il più bel sogno che non ho mai sognato. Non ricordo come finì quella partita, ma da allora in quello stadio sarei mancato pochissime volte.

A casa non si torna. Come e perché nasce l’FC United

ten division love song Comunemente si legge che l’FC United nasce da un “gruppo di tifosi del Manchester United delusi dalla vendita della società alla famiglia Glazer”. Ovviamente la vicenda è molto più ampia e ha i contorni epici della battaglia ideale, se non dello scontro politico. La nascita dell’FC United è nei fatti una sorta di scissione da sinistra del Manchester United, avviene nel momento drammatico della scalata dei miliardari americani Glazer e nasce, letteralmente, sulle barricate. Fatta eccezione per i riot dell’estate 2011 (peraltro comunemente considerati “impolitici”) ed escludendo le passeggiate sindacali in occasione delle convention del partito conservatore, le uniche manifestazioni di piazza che la città di Manchester ha conosciuto per decenni sono state quelle dei tifosi del Manchester United contro i takeover di Rupert Murdoch nel 1999 e di Malcolm Glazer nel 2005. Quando, dopo mesi di proteste, apparve chiaro che i Glazer non sarebbero tornati sui propri passi come aveva fatto Murdoch anni prima, le proteste divennero incandescenti e culminarono in un ultimo disperato quanto irrazionale tentativo di impedire fisicamente l’arrivo della macchina che trasportava il futuro proprietario. Furono erette due barricate lungo Chester road, la strada che conduce allo stadio, un vialone a sei corsie impossibile da difendere. La protesta fu spazzata via in dieci minuti e il barone Haussmann, l’inventore dei Boulevard di Parigi, aveva idealmente segnato un’altra vittoria per la squadra dei cattivi.

Dopo quella sconfitta si produsse la situazione che tipicamente i movimenti di massa si trovano ad affrontare all’indomani di una grande disfatta. Che fare?
Mentre si era ancora nel culmine delle proteste, nel corso di un’assemblea pubblica dei sostenitori, fu avanzata la proposta di fare il passo estremo: rompere definitivamente i ponti e formare, addirittura, un nuovo club che mantenesse vivo lo spirito originario del calcio inglese e del Manchester United. Un club che fosse popolare, radicato sul territorio e riconosciuto dalle comunità che il territorio lo abitano, accessibile alla working class mancuniana martoriata dalla recessione e che fosse, per quanto possibile, l’antitesi di quello che il calcio era diventato in Gran Bretagna. I motivi di disaffezione, infatti, erano tanti. La scalata a debito dei Glazer, a detta di tutti, fu semplicemente la proverbiale goccia che aveva fatto trabboccare il vaso. Il cambio di pelle del calcio in Inghilterra c’era già stato a partire dagli anni ’80 con l’obbligo degli stadi all-seater, i posti assegnati, il divieto di esporre striscioni e stare in piedi e, soprattutto, l’aumento vertiginoso dei prezzi che, di fatto, tagliava fuori dal football di Premier League un’intera classe sociale, quella che cent’anni prima il calcio l’aveva inventato e reso popolare. L’arrivo di un miliardario americano che non aveva un’idea chiara neanche di che cosa fosse il “soccer”, ma che per ragioni puramente finanziarie si comprava quella che era stata un’istituzione inglese era soltanto la logica conseguenza delle dinamiche economiche del mondo, che investivano il calcio come ogni altro ambito dell’esistenza. L’indisponibilità dei Glazer a qualsiasi confronto, il fatto che non rilasciassero interviste e che non fossero neanche mai stati a Manchester (è improbabile che sapessero con precisione dove si trovava la città inglese), non faceva che indisporre ancora di più quelli che per tutta la vita avevano respirato aria e Manchester United.

Fu lanciata una raccolta fondi e i risultati furono talmente incoraggianti che la cosa divenne più di una boutade. Si scelse di formare una public benefit society – categoria dell’ordinamento britannico nella quale rientrano sia le cooperative che le associazioni culturali – gestita democraticamente dai membri col principio di una testa / un voto. Per associarsi bastano 12 sterline all’anno, e nei primi mesi del 2005 si associano in tremila. Chairman del club sarà eletto per acclamazione Andy Walsh, il veterano presidente della IMUSA, la Independent Manchester United Supporters Association, associazione che aveva guidato le proteste di dieci anni prima contro Murdoch e poi contro Glazer. Andy Walsh è uno che la vita l’aveva passata a combattere battaglie impossibili. Membro prima di Militant, la fazione trozkista del Labour Party espulsa negli anni ’80 per entrismo, e poi del Socialist Party, la piccola formazione dell’ultrasinistra nata a seguito dell’espulsione di massa, Walsh è una delle sei persone che la leggenda vuole riunite una sera di quel Maggio 2005 in una curry house di uno dei quartieri indiani della città, dove l’idea venne formulata. Walshy, come lo chiamano tutti, aveva già guidato la battaglia vittoriosa contro Murdoch, è una personalità integerrima, tifoso dello United da sempre, personaggio carismatico dall’eloquio diretto e affascinante, uno di cui si fidano tutti. Il presidente naturale.

I soldi per iniziare c’erano, e la squadra si fece. Fu aperta una selezione alla quale risposero centinaia di giocatori dilettanti da tutto il nord dell’Inghilterra e oltre. La gestione della rosa fu affidata a Karl Marginson, un ex giocatore che aveva fatto un’onesta carriera nelle categorie inferiori con qualche breve puntata nella league professionistica, e in quel momento faceva il fruttivendolo. Nel frattempo i militanti volantinavano a ogni match dello United e a ogni manifestazione di protesta contro i Glazer (ce ne sarebbero state per altri cinque anni), le fila dei dissidenti si ingrossavano. Il resto, come si dice, è storia: il passaggio più delicato fu quello di procurarsi un campo di gioco. L’accordo fu trovato con il Bury FC, club di League 2 della cintura urbana di Manchester, proprietario di uno stadio piccolo e bellissimo, il “Wembley della terza serie”. Stadio tradizionale a scatoletta, Gigg Lane, coi suoi quasi 13000 posti, era certamente sovradimensionato per le esigenze di una squadra che iniziava addirittura in decima divisione, l’equivalente di una Terza Categoria, ma ebbe un ruolo importantissimo per l’immaginario associato alla squadra: l’FC United avrebbe giocato da subito in uno stadio vero, non in un campetto da Sunday League. Gigg Lane, la prima casa del FCUM

Nei primi tre anni di vita arrivarono tre promozioni consecutive, una media di quasi tremila spettatori a partita che pagavano sette sterline per entrare rendeva l’impresa sostenibile. Il seguito in trasferta polverizza tutti i record delle categorie in cui si gioca. Sonnacchiosi paesini delle campagne di Lancashire e Cheshire vengno invasi dalla red army dei transfughi ribelli.

I colori sono gli stessi del Manchester United, il nome stesso – Football Club United of Manchester – altro non è che Manchester United Football Club scritto al contrario, il simbolo è il veliero con le strisce gialle e rosse dello stemma della città di Manchester, i cori e le canzoni sono per lo più quelle del Manchester United. Si partiva da quel patrimonio iconografico, ma i sostenitori dell’inizio furono in grado di aggiungere moltissimo alla liturgia di derivazione United e costruire una fetta di immaginario completamente nuova, basata sulle vicende del 2005, sulla lotta ai Glazer e al calcio moderno. Gli slogan, gli striscioni e i nuovi cori, quelli pensati esclusivamente per l’FC, sono bellissimi e identity defining. Attingono a piene mani dalla sconfinata iconografia pop di Manchester e costituiscono il programma politico dell’FC United in musica.
Morrissey

I AM AN FC FAN / I AM MANCUNIAN / I KNOW WHAT I WANT AND I KNOW HOW TO GET IT / I WANNA DESTROY / GLAZER AND SKY / CAUSE I / WANNA BE / AT FC

This badge is my badge / this badge is your badge / three stripes and three sails / oh what a fine badge / They tried to take it / but we replaced it / on the shirts of United FC

this is our club / belongs to you and me / we’re united / united fc / we will never go home / but we’ll never feel down / when we build our own ground

Glazer, wherever you may be / You bought Old Trafford but you can’t buy me / I signed “not for sale” and I meant just that / You can’t buy me you greedy twat

Gli ampi spazi che Gigg Lane metteva a disposizione permisero al club di sperimentare. Attorno alla partita di calcio venivano organizzate una marea di iniziative di vario genere, la più interessante della quali era sicuramente Course You Can Malcolm, o “the club before the game”. Quello che normalmente era il ristorante dello stadio si trasformava, da mezzogiorno di sabato fino al calcio d’inizio delle 3, in una via di mezzo tra un centro sociale e un club privato, con ingresso riservato ai soli membri dell’FC (controlli sorprendentemente rigidi all’ingresso). Birra a prezzo politico, cibo preparato e trasportato in loco dai membri, una o più band locali (che a Manchester, nonostante tutto, continuano a proliferare) invitate a suonare sotto al bandierone “FC United PUNK FOOTBALL” e tutti i ricavi alla squadra. Course you can Malcolm La afternoon club night è andata avanti fino allo scorso anno, quando il contratto con Gigg Lane non è stato rinnovato, in previsione del completamento del nuovo stadio.

Remember remember the fifth of November. La notte di Rochdale e quella di Brighton

A dieci anni dalla fondazione l’FC United vanta già un’abbondante scorta di eventi memorabili da tramandare alle nuove generazioni di tifosi. Tra questi spicca la notte del 5 novembre 2010, il giorno di Guy Fawkes. Primo turno di FA Cup “proper”, quello in cui entrano anche le squadre della Football League. L’FC non è mai arrivato così avanti nella coppa, superati i primi quattro turni preliminari battendo anche due formazioni di categoria superiore, viene sorteggiato fuori casa contro il Rochdale, una delle decine di squadre della cintura urbana di Manchester. Il Rochdale gioca in League 2 – quattro divisioni sopra. Sarà una notte incredibile che vedrà l’FC battere i padroni di casa per 3-2 in diretta televisiva, davanti a almeno quattromila tifosi ospiti che non smetteranno di cantare neanche per un minuto. Ecco l’ingresso delle squadre

Estremamente godibile il commento di ESPN sovrastato dai tifosi ospiti che inneggiano alla morte di Malcolm Glazer (is gonna die, is gonna die, malcolm glazer is gonna die).

La partita di Rochdale è fondamentale anche per capire davvero che cosa sia l’FC United. La sequenza del gol dello 0-1 vale più di qualsiasi spiegazione. Nicky Platt, un talentuoso ragazzo di 23 anni che di mestiere faceva il giardiniere e che giocava con una mattinata di lavoro già sulle spalle, segna il primo goal in FA Cup della storia dell’FC United e immediatamente almeno un centinaio di tifosi invade il campo per andare ad abbracciare i giocatori. E’ una scena commovente che stride abbastanza con il calcio di questi anni e getta nel panico i cronisti di ESPN, che però non possono fare a meno di ammettere che un’atmosfera come quella dà la pelle d’oca e non si vedeva da almeno un decennio.

Le immagini di quella notte, della partita e della festa che seguì, sono ancora stampate negli occhi dei tifosi e quando ne parlano qualcuno ancora si commuove.

Brighton Passato il turno viene sorteggiato il Brighton, squadra di League 1, cinque divisioni sopra, all’altro capo dell’Inghilterra. Il viaggio se lo fanno in almeno mille che finiranno ammassati in un terrace minuscolo nello stadio in ristrutturazione del Brighton e l’impresa quasi si ripete. Segna ancora Nicky Platt, ma il Brighton pareggia e all’ultimo minuto si vede assegnato un rigore. Sam Ashton, fisioterapista di Bolton, il portiere dell’FC United lo para in calcio d’angolo. Finisce 1-1, secondo le regole della FA Cup la partita si ripete a campi invertiti. Il match di ritorno a Gigg Lane farà segnare il record di spettatori della storia dell’FC United, 6731, e un’atmosfera da finale di coppa.

Nonostante l’atmosfera elettrica e le corde vocali della piccola Red Army, l’incantesimo è finito, i valori in campo vengono ristabiliti e la partita finisce 4-0 per gli ospiti. Quel cammino di coppa, insieme con la storia dell’FC United, sono raccontati in un bel documentario di Canal+ spagnolo.

Il cammino di questi dieci anni, tuttavia, non è stato una cavalcata trionfale. Passata la sbornia iniziale, dopo le tre promozioni le presenze allo stadio sono calate costantemente, fino a raggiungere il minimo verso l’inizio del campionato 2013/2014. Il declino costante però ha messo in luce un aspetto fondamentale per il club. Anche nella fase più buia si è sempre potuto contare su uno zoccolo duro di almeno 1200-1500 persone che partecipano costantemente mettendo ugola, impegno e soprattutto soldi al servizio della squadra e del progetto.

L’attaccamento dei tifosi a quella che è letteralmente la propria squadra è difficile da raccontare. In quasi tre anni di frequentazione di Gigg Lane non ho mai sentito fischiare i giocatori e nei momenti di maggiore difficoltà sono venute fuori le cose più belle. Alla fine di uno 0-3 contro una diretta concorrente, dopo una prestazione indecente, il coro ‘We’re FC We’re United We’ll never be divided’ disorienta i giocatori che, a testa bassa e quasi in lacrime, vanno a chiedere scusa ai tifosi.
Durante i lunghi inverni del Lancashire non è stato raro che i tifosi andassero di persona a spalare la neve dal campo di Bury per evitare che le partite fossero rinviate.
L’FC ha praticamente un coro per ogni giocatore. In equilibrio precario sul crinale che sprofonda nell’abisso retorico, posso garantire che cantare in onore di qualcuno che fa l’elettricista e alla fine della partita ti viene a stringere la mano e ti ringrazia personalmente fa un effetto completamente diverso che pagare 70 sterline per inneggiare a una decina di miliardari che finita la partita vanno via in ferrari.
I've got love enough for two
C’è qualcosa di speciale nel tifo per questa squadra. E’ una versione più consapevole, più ironica (e marcatamente autoironica) di quello tradizionale degli anni ’80. E soprattutto totalmente intransigente verso razzismo, sessismo e omofobia. I cori tradizionali contro Merseyside full of shit e Leeds scum vengono cantati come si era sempre fatto all’Old Trafford, ma con un atteggiamento più tongue in cheek che altro. E’ come se questo tifo risorto dalle ceneri della repressione e dell’istupidimento generale cercasse di recuperare quanto di buono c’era sui terrace degli anni ottanta e sbarazzarsi definitivamente degli aspetti più beceri dell’hooliganismo. In mancanza di tifosi avversari gli sfottò generalmente sono riservati agli stessi tifosi FC che occupano altri settori dello stadio. A Gigg Lane era Manchester Road End contro Main stand. Non mancano affettuose prese in giro contro l’uomo forse più amato del club, l’allenatore eterno Karl Marginson (“you fat bastard”).

LA POLITY. COME FUNZIONA L’FC UNITED

Meet the owners
Nonostante la retorica sul punk football, l’FC United è essenzialmente una democrazia rappresentativa, seppur con qualche elemento di democrazia diretta. Tecnicamente, come si diceva, l’FC United è una cooperativa: la struttura societaria prevede un board di dieci membri eletto ogni anno dai soci e un presidente eterno, il compagno Andy Walsh. Una volta eletto, al board è totalmente delegata la gestione del club con ampissimi margini di manovra, limitati soltanto dello statuto della società. Il funzionamento democratico dell’FC United è molto inglese. Cruciale è il principio di accountability, il board è tenuto a rispondere dettagliatamente a tutte le domande, di qualsiasi genere, che vengano dei membri. Per questo esiste un forum ufficiale e due assemblee generali annuali, più ovviamente la miriade di occasioni informali.
L’assemblea generale dell’FC United è un evento unico nel suo genere. Unico innanzitutto perché è una delle poche circostanze attorno al club di cui non esistono immagini e documenti filmati: per vedere quello che succede è necessario associarsi e partecipare personalmente. L’assemblea è una questione dannatamente seria e ricorda molto da vicino un congresso di partito. Dei tremila membri, diverse centinaia si riuniscono due volte l’anno, generalmente in un teatro o nell’aula magna di un college, per discutere, proporre mozioni da metterei ai voti e eleggere i membri del board. L’assemblea si apre generalmente con un discorso fiume del lider maximo, seguito dal rapporto di ognuno dei membri del board sull’andamento delle questioni di propria competenza intervallate dalle domande dei soci. Alla fine si votano le mozioni avanzate durante l’anno. Si stabiliscono in questo modo anche il prezzo del biglietto e il design della casacca. Biglietti e abbonamenti hanno regolarmente i prezzi più bassi della categoria in cui si gioca. Per l’abbonamento quest’anno si è votato di chiedere ai sostenitori 100 sterline e aggiungere quel che si può. I dati dicono che in media i tifosi scelgono di pagare 150 sterline, ma al tempo stesso è risaputo che chi proprio non ce la fa a pagare i 100 l’abbonamento, in un modo o nell’altro, lo riceve comunque.

L’assemblea generale è sovrana per un gran numero di questioni ed è anche il luogo in cui si misurano i rapporti di forza tra i diversi approcci alla gestione del club. In una delle ultime assemblee alcuni soci hanno addirittura avanzato la proposta di sottoscrivere un abbonamento alla PayTv per il bar del nuovo stadio, in modo da aumentare le presenze e gli incassi. La proposta è stata bocciata a larga maggioranza, ma è significativo che tra i soci ci sia anche chi non ha alcun pregiudizio verso un nemico pubblico come la pay tv. Se l’FC United continuerà a essere quello che è adesso dipenderà anche da situazioni contingenti e dai rapporti di forza tra i soci. Visto che la membership è aperta a chiunque e non si controlla certo il pedigree di purezza ideologica, le cose potrebbero cambiare in fretta.

LO STADIO

Quando si pose il problema principale per la sopravvivenza della squadra, quello di dotarsi di un campo di gioco proprio, visto che l’affitto di Gigg Lane era caro, incerto nel lungo periodo, e che in Inghilterra la condizione di esistenza per un club di calcio è la proprietà di un ground, la risposta fu la stessa di sempre: raccogliere i soldi e costruirselo, lo stadio. Per quanto riguarda il dove costruirlo, fu avanzata la più dirompente e simbolica delle proposte: un piccolo stadio da 5000 posti in una via dal suggestivo nome di Ten Acres Lane, nel quartiere di Newton Heath: il luogo esatto in cui nel 1878 un gruppo di ferrovieri fondò un club di calcio chiamato Newton Heath Lancashire and Yorkshire Railway Football Club, che giocava in casacca verde e oro e che dieci anni dopo avrebbe cambiato nome in Manchester United Football Club. Il messaggio era più che chiaro: il vero Manchester United siamo noi: la squadra dei tifosi del Manchester United, non quella dei miliardari americani che comprano a debito e credono che il pallone sia ovale.

Le cose non andarono esattamente come previsto. Il progetto iniziale non ottenne l’approvazione dal comune e il terreno su cui si sarebbe dovuto costruire non sarebbe comunque stato più disponibile. Ci vollero altri cinque anni, un nuovo progetto, un passaggio in tribunale per rintuzzare l’opposizione di alcuni residenti della zona, ma il momento finalmente è arrivato. Lo stadio più bello del mondo è praticamente finito, eccone una veduta dal drone.

La scritta rossa ‘F.C. United of Manchester’ dietro al main stand sancirà che l’fc united è definitivamente qui per restare. Significherà smettere di pagare affitti e vagabondare, nuovi introiti grazie all’affitto degli spazi, un luogo in cui centrare tutta la miriade di attività che il club porta avanti.

Come ogni affare connesso all’FC United, lo stadio stesso è una dichiarazione di principi e intenti. 5000 posti, più della metà dei quali ospitati in un unico terrace dietro una delle due porte dove si raccoglierà quasi tutto il tifo, solo un paio di centinaia di posti a sedere e il resto tutti in piedi, nessun posto assegnato, è lo stadio ideale di ogni tifoso. Il terrace dietro la porta è un pezzo del vecchio stadio del Northwich Victoria, uno dei più antichi al mondo, recuperato prima della demolizione e trasportato pezzo per pezzo fino a Manchester. Nella precedente incarnazione si chiamava Dane Bank stand e risale addirittura al 1875. Nel nuovo stadio si chiamerà Mary’s road end, o MRE, per mantenere lo stesso acronimo di Manchester Road End, il terrace che ospitava i tifosi dell’FC United a Gigg Lane. Il rivestimento in assi di legno del Main stand invece è un ammiccamento ai ferrovieri che fondarono il Manchester United. La location non è quella di Ten Acres Lane che si sognava all’inizio, ma Moston, una delle zone più povere della città, appena tre chilometri più a sud. Lo stadio è stato finanziato in parte con un metodo innovativo previsto nell’ordinamento inglese: il community share. Impropriamente descritto come “azionariato popolare”, si tratta piuttosto di una sorta di obbligazione che dà diritto a chi la compra a uno sconto fiscale pari al 30% del capitale impegnato. Allo scadere di due anni dalla sottoscrizione il community share pagherà un massimo del 2% di interesse sul capitale investito, ma solo nel caso in cui il club sarà riuscito a produrre utili a sufficienza. Ne sono stati venduti per più di due milioni di sterline. I restanti tre milioni vengono da prestiti e grant pubblici che riconoscono l’utilità sociale dell’impianto, che prevede anche tre campi in erba sintetica, una palestra e una sala per cerimonie che saranno a disposizione della comunità locale tutta la settimana. In questi anni l’FC ha sperimentato tutte le forme di fundraising possibili e immaginabili. Per limitare quanto più possibile il ricorso a prestiti bancari si è cercato di coinvolgere le imprese locali con uno schema piuttosto innovativo di prestito diretto: si è chiesto alle aziende di prestare soldi all’FC al 3% di interesse, per un minimo di 20.000 sterline. Il 3% è un tasso di interesse più alto di quanto si ottenga dai normali conti di deposito, quindi conveniente per chi presta, ma meno di quanto chiedano generalmente le banche per un prestito, quindi conveniente anche per chi riceve.
Alla fine, Broadhurst Park è costato 5 milioni e mezzo. Il nome è stato votato dai membri della cooperativa, battendo per pochissimi voti il più suggestivo FCUM Hall (che con l’accento di Manchester si pronuncia più o meno “Fuck ‘em all”) e altri. L’inaugurazione è prevista per il 29 maggio di quest’anno con un’amichevole nientemeno contro il Benfica.

FCUM-Sfera

Fin dalla nascita l’FC United ha immediatamente acceso immaginario e intelligenze di un gran numero di persone. Intorno e a supporto del club esistono una miriade di iniziative ancillari tra radio, tv e fanzine, gestite su base volontaria dai sostenitori che in seguito hanno ottenuto appoggio ufficiale e, quando possibile, anche qualche finanziamento dalla società. E’ il caso di FCUM Radio che trasmette in streaming 24 ore e offre diversi programmi di vario genere oltre alle divertentissime radiocronache in diretta di tutte le partite. Da quest’anno in partnership col comune di Manchester offre corsi di digital journalism e community reporting per chi è in cerca di lavoro. Così FCUM TV, canale Vimeo / Youtube che oltre alla sintesi delle partite, produce un paio di show di buon livello, come Bring your own ball che parla di calcio con quella leggerezza e ironia che alle nostre latitudini probabilmente non vedremo mai.
Una menzione a parte merita A fine Lung, ottima rivista online e cartacea pubblicata da un collettivo di scrittori, tutti sostenitori FC, che è assurta a rivista semiufficiale. I contenuti marcatamente politici e letterari ne fanno probabilmente la fanzine più sofisticata che una squadra di calcio abbia mai avuto.

Il senso dell’FC United

Il 29 maggio aprirà Broadhurst Park, ad agosto si inizia in Conference North. Con lo stadio di proprietà sky is the limit, sembrano dire tutti in questi giorni. Dove arriverà e quanto riuscirà a tenere fede ai principi originari l’FC United lo dirà solo il tempo. Quello che è certo è che l’FC United è uno dei pochissimi avamposti che ancora testimoniano lo spirito di resistenza che ha reso Manchester famosa, un tempo. E’ la prova vivente che è possibile opporsi a processi all’apparenza irreversibili, e nel farlo ci si può anche divertire molto. La distruzione della cultura del tifo attraverso repressione e menzogne (vedi alla voce Hillsborough) e la trasformazione dei tifosi di calcio in docili clienti non sono inevitabili. In Gran Bretagna l’addomesticamento dei tifosi di calcio è andato di pari passo con la passivizzazione, l’istupidimento e la depoliticizzazione dell’intera società. L’estromissione della classe operaia dalla vita pubblica e la sua stigmatizzazione è iniziata con la repressione negli stadi. Quello che l’FC United insegna è che la risposta a questi fenomeni non sono le fantasie su un altro mondo possibile, la retorica resistenziale, le passeggiate rituali. La risposta è iniziare a costruirselo l’altro mondo, mattone su mattone, partendo dalla decima divisione, se necessario.

Manchester è la città che ha visto nascere il capitalismo industriale e ha prodotto i suoi anticorpi: sindacati, cooperative, idee alternative di società. In questa nuova fase del capitalismo, quella post-industriale, basata sulla messa a valore dell’immaginario e delle intere esistenze degli umani, in un segmento non certo marginale per questo tipo di economia, quello dello spettacolo e della cultura, potrebbe aver dato alla luce anche una delle idee che produrranno il moto contrario.

commenti

  1. Bellissimo!

    — Rozzitrano    27. April 2016, 09:32    #
  2. Bellissimo articolo, persino commovente, grazie davvero!

    — Christian    5. May 2016, 15:52    #
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