afasici papuasia | Le vetrine di Genova

Le vetrine di Genova

» modern days | 17 July 2012, 18:54 | ::

Finora meglio di tutti l’hanno detto quelli di a/i. Queste sentenze sono la linea di demarcazione. O di qua o di là .

del resto è un’esperienza che abbiamo fatto tutti a un certo punto. cercare di spiegare a qualcuno che le vetrine e i tavolini sono una cosa, i crani e le ossa sono un’altra cosa, che non stanno sullo stesso piano. Che violenza è quella che si esercita sul groppone di un’altra persona non sul parabrezza di una macchina, o su una vetrina. Spesso ricevendo in cambio uno sguardo vuoto, mezzo assente, o un PD.

Il fatto però è un altro. il fatto è che io adesso sto qua a qualche migliaio di chilometri a farmi i fatti miei, con tutti i problemi e i cazzi del caso, mentre per cinque persone la vita si è fermata di colpo, è tornata a dieci anni fa e ora i prossimi dieci anni se li faranno in una gabbia.

Qualcuno che potevo essere io. Qualcuno che stava là  per la stessa ragione per cui ci stavo io e che se ha fatto qualcosa di più di quello che ho fatto io è semplicemente perché io non avevo abbastanza palle. Quei giorni vanno rivendicati dal primo all’ultimo minuto, avevamo ragione noi. Genova era giusta e sacrosanta e gli undici anni che l’hanno seguita sembrano fatti apposta per dimostrarlo. Dovevamo essere molto più determinati allora, e non farci schiacciare poi, eccetera eccetera eccetera, fatto sta che quei cinque vanno in galera al posto di tutti noi.

Mi fa ridere che, quando due settimane fa hanno dato il solito buffetto sulla testa ai macellai della diaz, qualcuno se ne sia pure compiaciuto. Invece avevano dato lo schiaffetto al cerchio e stavano preparando la fucilata alla botte.

E non è l’Italia, hanno ragione le cavallette, è il mondo. Questo pezzo di mondo di merda che ancora si regge su un ordine sociale e un sistema economico deliranti. In inghilterra la gente è andata in galera per anni per aver fregato una cassa di birra da un negozio durante i riot dell’estate scorsa. Hanno tolto l’assistenza sociale alle famiglie di quelli che sono stati riconosciuti per strada durante i riot. Molto peggio dell’Italia, in Inghilterra lo stato ha adottato direttamente il metodo mafioso: la vedetta trasversale.

Perché la verità  è sempre quella, che chiunque in qualsiasi modo metta in discussione l’ordine delle cose prende delle mazzate assurde. Anche se lo fa in maniera “impolitica” come nei saccheggi dell’anno scorso. In questo caso le cavallette hanno torto, non è necessario il motivo politico per scatenare la reazione: basta stare insieme. Se facciamo una cosa INSIEME loro si fottono dalla paura, perché hanno fatto di tutto per separarci, per farci correre la corsa del criceto nella ruota ognuno chiuso a casa propria. Alla fine sono i gesti più elementari quelli che veramente mettono in discussione il castello di carta che ci hanno costruito intorno e in cui ci hanno rinchiuso. Non serve il motivo politico per attirarsi la punizione esemplare, se non giochi il gioco e ti prendi l’iphone passando dalla vetrina invece che dalla scuola + l’obbedienza + la disciplina + la carta di credito + il mutuo sulla casa + 40 ore di lavoro alla settimana allora ti attiri la vendetta più feroce, perché su quello si regge tutto e non si puo’ discutere. E alla fine è sempre quel diaframma quasi impercettibile tra ciò che sta dentro e fuori dalla vetrina la rappresentazione più potente di quello che ci tiene schiavi, come disse una volta quel tale

E’ una verità  elementare che le vetrine siano state inventate per essere rotte: un diaframma frangibile, visibilmente frangibile, posto tra noi e ciò che ci può servire, o che possiamo desiderare. Oggetti esibiti, a portata di mano, protetti da un nonnulla. C’è di che rendere desiderabile l’insulso, il superfluo, persino l’orripilante.
Poiché le vetrine sono state inventate per essere rotte, poiché non invitano ad altro che al saccheggio, poiché sbeffeggiano chi non osa soddisfare il proprio desiderio, poiché rendono patetico, lacrimevole come il famoso nasino schiacciato contro il vetro della pasticceria, ogni sguardo desiderante, per tutte queste ragioni ed altre ancora il fatto veramente straordinario, eccezionale, incomprensibile è che nonostante tutto questo le vetrine restino intatte. Come se un pesciolino indifeso attraversasse indisturbato un mare infestato di squali famelici.
Possiamo dunque avvicinarci ancora di un passo alla morale invetriata in queste parvenze del paesaggio metropolitano. Le vetrine sono state inventate per essere rotte, ma affinché non lo siano. Con la loro evidente fragilità  intatta esse mettono in scena la potenza sconfinata dell’Ordine. Le vetrine sono l’esatto contrario delle banche, ma altrettanto inviolabili. Tentazione repressa, rispetto delle regole, timore della punizione, ogni vetrina che giunga intatta alla chiusura della serranda, o attraversi addirittura senza danno la notte della metropoli, parla di questo. Più che le merci le vetrine esibiscono l’inviolabilità  dell’ordine attraverso cui esse circolano. Le vetrine intatte e piene sono la prova più eloquente della stabilità  dell’ordine costituito. Ecco perché non può darsi alcuna seria aggressione all’ ordine costituito , alcuna sensata protesta che, in un modo o nell’altro, guardi oltre le compatibilità  di sistema, nessuna presenza di piazza capace di denunciare una qualche iniquità , nessuna volontà  radicale di trasformazione, che possa lasciare intatte le vetrine nella loro fragile, beffarda potenza. Il casseur è l’interprete appassionato, disinteressato, autentico, di questa elementare verità .
Rompere per rompere casseur di nome e di fatto, non ha altri obiettivi, non intende punire nessuno, se ruba lo fa distrattamente, senza interesse e senza passione, non si batte nè contro “il consumismo” né a suo favore, ha “rotto”, semplicemente, percepisce che se quelle vetrine rimanessero intatte non sarebbe successo nulla. Il casseur capisce il linguaggio della vetrina e lo parla a sua volta, intende il linguaggio dell’Ordine e lo contraddice. Certo non è la rivoluzione, ma senza di lui non ci sarebbero rivoluzioni. Sul Kurfuerstendamm, negli anni ’60, sui larghi marciapiedi del corso berlinese, troneggiavano famose cubiche vetrine, infinite volte distrutte, infinite volte ricostruite.
Non servivano ad esporre la merce, erano una sorta di barometro dell’ordine sociale.

E che i due ragazzi “irreperibili” corrano piu forte che possono.

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